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Lettere di Attilio

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Lettere di Attilio
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Attilio è già nel pieno della sua maturità, all’età di quarant’anni, quando è accolto per la prima volta al Sant’Artemio. È il 20 marzo 1909. In un primo momento è ricoverato in ospedale in una cittadina della provincia di Treviso ma poi, in preda a un forte disordine mentale e a impulsi violenti verso le persone, è portato in manicomio. Ha sempre condotto normalmente la sua vita e il suo lavoro (fa il pittore) ed è la prima volta che presenta sintomi psicopatici.

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Il ricovero dura poco, due mesi appena. In poche settimane si stabilizza in una condizione psichica soddisfacente e recupera la buona salute. Unico neo, i medici lo descrivono "petulante, dedito ai sotterfugi e agli inganni". Ma questo non impedisce che il 10 maggio sia dimesso "in via di prova" e consegnato alla moglie.

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La libertà però dura poco. Il 9 gennaio 1910, Attilio rientra in ospedale. La malattia è progredita. Non è più l’uomo aggressivo dell’anno precedente, ma appare disorientato e profondamente indebolito nella volontà. È diventato estremamente suggestionabile e soffre di un "querulismo prolisso e piagnucoloso": ogni volta che vede un medico, chiede con insistenza nuove medicine. Il suo tono è depresso e il discorso interrotto da episodi deliranti.

I medici lo trasferiscono a Crespano e il medico annota la diagnosi: cerebropatia degli adulti. Una malattia neurologica, quindi, ma che comporta una sintomatologia anche psichiatrica: Attilio è sempre agitato, fatica a dormire e a nutrirsi con regolarità, dimostra un forte indebolimento della memoria; la scrittura diventa tremante e irregolare e poi si aggiungono allucinazioni frequenti e un assurdo delirio di grandezza.

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A Crespano rimane per pochissimo tempo, perché la situazione precipita e il 4 maggio 1910 è riportato al Sant’Artemio. Il suo fisico sta cedendo: non dorme più, ha la febbre altissima, in poco più di un mese arriva alla morte. Come si vede, un decorso rapidissimo.

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In cartella clinica ci sono alcune lettere di Attilio.

Scritta a un mese dall’inizio del primo ricovero, la prima lettera è indirizzata alla moglie: la sua voce è ancora quella di un uomo che cerca di mantenere la dignità. La scrittura è ferma, le frasi seguono una logica precisa: vuole tornare a casa, vuole che il fratello lo aiuti. Eppure, tra le righe, spunta già un’ombra: la convinzione che qualcuno gli stia portando via tutto. Non è solo la paura di un furto, è il primo segnale di una mente che inizia a sentirsi braccata.

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"Carissima moglie,

Entro la settimana p.v. va d accordo con mio fratello in X [città del Nord Italia, ndr] al quale oggi stesso ho scritto per levarmi da questo Pio Istituto di Carità e di Beneficenza.

Qui mi hanno portato via tutto quello che mi hai portato; qui vedi in che mani mi trovo; perciò fa di tutto per esaudire questo tuo povero marito che ti prega per quello che hai di più sacro al mondo.

Spero che tu avrai ricevuto l’altra mia lettera.

Portami un gilet nuovo bianco operato con due borsellini privati in alto.

Intanto ti saluto; baci e saluti alle bambine

il tuo marito aff.mo"

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Indirizzata al fratello pochi giorni dopo, la seconda lettera ribadisce il tema del "furto" subito in ospedale. Nonostante il tono accorato, Antonio afferma ancora di "stare bene".

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"Carissimo fratello,

Ti prego di venire a Treviso Lunedì o Martedì p.v. infallibilmente a prendermi.

I 2 Kg. di formaggio grana, le 10 uova e lo zucchero che mi hai portato mi fu tutto trafugato tanto il formaggio quanto le uova e quanto lo zucchero.

Ti scongiuro di venirmi a prendere, perché immaginerai in quale condizioni io mi trovo.

Io sto bene, così spero anche di te; salutami tutti e vieni subito

tuo fratello."

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Nel terzo scritto, non datato, indirizzato probabilmente a un familiare stretto, Attilio descrive la vita quotidiana in manicomio. Vi emerge una descrizione vivida e angosciante della sporcizia e della disciplina ospedaliera. La grammatica di Antonio comincia a cedere, proprio come le mura della sua mente. Non ci sono più virgole, non ci sono più regole: le parole si fondono l’una con l’altra in un dialetto sporco e affaticato.

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"Carissima mia L. ti prego piu presto puoi di venire a farmi che mi trovo maltratato non posso dirti di più pensa i 10 uovi che miai [parola incomprensibile, ndr] il zuchero e il formagio miliano rubato tuto tuto proviene perche non a vete dato lamancia alla matina mi toca al sarmi alle 5 prima di G. mia che mi toca 2 volte al giorno per la polisia pensa che so spoco le sale del Ospidatale 8 al salone del picolo con 10 leti

perdonami del mal scrito ti prego di salutarmi tutti baciami tutti queldicasa tua e salutami i miei compari

Salutami S. e tutti che mandano di me."

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Nella quarta lettera, sempre non datata, il disordine è quasi totale. Antonio non riesce più a separare le sue necessità fisiche dai suoi deliri: parole scollegate tra di loro, il filo logico ormai è totalmente assente. È la fase in cui questo pittore perde l'uso del pennello e della parola: i colori della sua vita si stanno mescolando in un grigio indistinto.

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"ce 2 saloni fine 80 leti in file da 20 alluna pensati 2 volte al giorno matina e sera sotto i leti lego tuti gonfi iginochi fraletate sono odiato e maltratato

Cara mia G. che vieni a farmi venire a casa piu presto che puoi e T. mia un piacere di andare dai Veola un gile bianco oparato a fiori analuqulararo saraitu tanto buona [parola incomprensibile, ndr] G.

Miportarai la giaca nera mudande maglia potimi tuto che miocore per cambiarmi che Asiago mi da festa quella che tioscrito ti prego di non farfalo ti prego de fare quella

Ricevi tanti saluti un di e mar di per sempre."

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Nella lettera successiva, Attilio racconta delle molestie che sente di subire in manicomio, di come viene trattato. È arrivato al limite:

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"e andar a leto sensa cena per po mesa ora viene di [parola incomprensibile, ndr] 2 bachini di farmieri e miairiso tuto il viso coli bachini e [parola incomprensibile, ndr] il pianto cheo vato non puoi in maginareso fuori piu di [parola incomprensibile, ndr] di acido e come limano era tutto veleno che a veva in seno miracomando se permercoledi non vieni a prendermi te lo giuro sulla mia figlia che mi taglio le cane della gola e mi sveno."

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Nell’ultima lettera scritta da Attilio, ad una donna, probabilmente la moglie o una parente, egli continua a ribadire lo stesso concetto: sta male, vuole tornare a casa, non si sente al sicuro là dentro. Minaccia di nuovo il suicidio, mettendo in chiaro i suoi intenti se il suo desiderio di tornare a casa non venisse accolto.

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"Alla Signora P.

Ierisera la cena miadato un ovo e un quqiaio di baciolo che non percavarmi neance di piato da cansiere io misono fifutato a mangiarla e sono andato alleto sensa che chena dela mesa ora viene 2 infarmieri vigliachi e miruso il viso

bacali e buona [tre parole incomprensibili, ndr] questa mata

se mercoledi non venite pendermi giovedi mitalio il cane della cola mi tiro un colpo o mi sveno."

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Voci dal S.Artemio
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