Il progetto "Da vicino nessuno è normale", portato nelle scuole dal gruppo degli Stravaganti, non è stata una semplice lezione sulla salute mentale, ma un percorso in due tappe studiato per eliminare le certezze superficiali di alcuni adolescenti. Se il primo incontro è servito a rompere il ghiaccio e a inquadrare il tema, è nel secondo che avviene la vera magia.
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Il progetto è iniziato con una vera e propria lezione frontale, proprio come quelle che facciamo a scuola ogni giorno. Siamo rimasti in aula e abbiamo ascoltato l'intervento di quattro specialiste del settore, che si sono alternate per spiegarci i concetti base del progetto.
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Durante l'incontro, le esperte ci hanno parlato di come funziona la mente e di cosa succede quando subentra il disagio psichico. È stato un momento di teoria pura, utile a farci capire che la "malattia" non deve fare paura e che spesso i pregiudizi nascono solo perché non conosciamo le cose.
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Le quattro specialiste ci hanno spiegato l'importanza di superare le barriere mentali, preparandoci a quello che avremmo vissuto nel secondo incontro. In pratica, è stata la parte di "studio" necessaria per arrivare pronti e informati alla fase successiva, quella pratica e divertente.
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Tutto cambia nel secondo incontro, quando l'aula si trasforma in uno spazio di gioco e condivisione. Il momento più bello a mio parere è stato l’ esercizio di empatia condotto dalla referente del gruppo. Viene chiesto a tutti di mettersi in riga e di compiere un passo avanti se ci si riconosce in una determinata situazione o emozione.
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L'istante più potente avviene quando viene posta la domanda: "Faccia un passo avanti chi, nella sua vita, si è sentito solo". In quel momento, non si muovono solo "loro" (gli Stravaganti), ma si muove l'intera classe. Quel passo verso il centro del cerchio annulla le distanze: non ci sono più i "malati" da una parte e i "sani" dall'altra.Le domande successive portano a un continuo rimescolamento. Ci si ritrova spalla a spalla con persone che prima guardavamo con diffidenza, scoprendo che la solitudine, la paura o il desiderio di essere accettati sono sentimenti universali.
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Questo gioco non serve a dire che siamo tutti uguali in modo banale, ma a farci capire che siamo tutti unici eppure tutti simili. La malattia o il disagio sono solo una parte della vita, non la definizione della persona.
In quell’aula , il confine tra "noi" e "loro" sparisce. Ci si accorge che le ferite della vita non hanno etichette: la solitudine di uno studente è la stessa solitudine di chi vive un disagio mentale. Si diventa un tutt'uno, un gruppo umano che riconosce nell'altro un pezzo di se stesso.