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Lettere di Iolanda

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Lettere di Iolanda
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Iolanda ha trentacinque anni quando, il 13 gennaio 1946, entra per la prima volta in manicomio. Non è sposata e molto probabilmente, da quello che si può intuire dalle poche informazioni presenti in cartella clinica, ha di recente molto sofferto a causa di una relazione amorosa che i suoi familiari, i fratelli in particolare, essendo il padre morto da tempo, hanno fortemente contrastato. Lei, in effetti, non è una donna particolarmente intelligente (anzi, ha un lieve ritardo mentale) e forse i suoi fratelli l’han voluta difendere da un approfittatore; oppure c’era davvero un amore sincero, ma i suoi fratelli si sono frapposti perché a quei tempi, nelle grandi famiglie contadine estese, faceva comodo una sorella “zitella” che badava alla casa e agli anziani. Non si sa come sia andata. Fatto sta che Iolanda è talmente sopraffatta dalle emozioni negative che si è bloccata: “intoppo psicomotorio”, scrivono i medici sul Diario Clinico. Se ne vuole stare da sola, rifiuta il cibo ed è profondamente triste.

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Questo stato di cose dura qualche mese, ma poi col tempo Iolanda comincia a rasserenarsi e il 4 maggio viene dimessa in prova e restituita ai familiari, nel suo piccolo paese dell’alto trevigiano.

Passa ancora qualche mese e il 22 settembre scrive una lettera indirizzata al sacerdote che svolge servizio pastorale all’interno del Sant’Artemio:

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"Egreggio Signor Pastore

Vengo a voi con queste poche righe, per farvi sapere che io non mi trovo tanto bene, perché sono in mezzo ai demoni, io vorei domandarvi un piacere di venire laggiù ancora se siete contenti, e se avete da darmi lavoro, perché io qùi dove mi trovo bisogna che vada a carità se voglio mangiare, se io sapevo che qùi a casa mia, erano ridoti a questo punto, io non sarei venuta, e quando che ero laggiù con voi se sapevo così non avrei pianto così tanto, perché meglio di così non so di essere mai stata servita, lo so di non aver operato tanto bene, ma spero che mi avrete perdonata, io non credevo di essere proprio niente così, come che ora vedo. mi scusarete se non vio scrito prima, perché speravo sempre che i cambiase in casa. sono tratata come una povera disgraziata che non sa far niente. Spero di avere una risposta mi farete un grande piacere di dirmi cosa o da fare, Spero che la vostra Salute sia buona. Altro mi allungo che inviarvi i miei pùi Sinceri Saluti e vi bacio caramente da chi sempre vi Ricorda

vostra indimenticabile.

S. Iolanda

Afetuosi saluti al Riverendo Paroco, e alle Riverende Madri e al Riverendo Dottore, e a tutti queli che dimanda di me.

Unita ai miei più cari Riverendo vi Saluto. Addio Arrivedersi

Baci..."

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Il direttore Tronconi, letta questa lettera, si allarma e scrive subito al sindaco del comune di residenza di Iolanda. Gli esprime la sua preoccupazione sia per lo stato di miseria in cui sembra vivere la donna, sia per il turbamento psichico che traspare dalle sue parole e lo prega di interessare il medico condotto affinché si rechi a domicilio per accertarsi della situazione ed eventualmente prendere i provvedimenti del caso.

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Nell’immediato non succede niente, ma un paio di anni dopo, il 19 luglio 1948, Iolanda è di nuovo condotta in manicomio.

Questa volta le sue condizioni sono più gravi di due anni prima: è allucinata, sente delle voci che le parlano e ha delle visioni celestiali. Appare sempre in estasi mistica, “con espressione del viso di perenne beatitudine”. Per il resto, il pensiero è sconclusionato e non riesce più di tanto a rimanere in contatto con la realtà.

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Dopo cinque mesi al Sant’Artemio, le sue condizioni non sono variate ed è trasferita presso la Casa Succursale di Montebelluna. Col trascorrere degli anni il suo stato peggiora: nel 1954 è descritta come “inceppata” e “semicatatonica”. Anche la sua salute fisica peggiora. Il 22 maggio 1955 viene spostata nella Casa Succursale di Valdobbiadene, dove trascorre l’ultimo giorno della sua vita. Iolanda muore il 23 maggio 1955 a causa di un accumulo di liquidi nei polmoni. Ha quarantaquattro anni.

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