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Lettere di Giuditta

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Lettere di Giuditta
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Giuditta entra al Sant’Artemio di Treviso a metà degli anni Venti. Proveniente da una città del Veneto, è una donna colta, che sa scrivere con eleganza, che siede al pianoforte e conosce la musica. Ma per tutti i suoi familiari e conoscenti era diventato un problema il fatto che la sua personalità si fosse cristallizzata in un’adolescenza perenne, caratterizzata da un intreccio di capricci fanciulleschi e manie erotiche, che i canoni tendenti al decoro, anche se magari solo apparente, della società del tempo non potevano tollerare in una cinquantenne come lei. Il disagio di Giuditta, quindi, non è tanto psichico, ma profondamente sociale. Una lettera legale conservata tra i documenti contenuti in cartella clinica chiarisce proprio che la sua permanenza in manicomio non è dovuta a una reale pericolosità, ma a una difficoltà di convivenza e buon inserimento in società.

Le lettere che scrive ai fratelli durante i primi giorni del suo primo ricovero sono il lamento di chi si sente addolorato per un distacco di cui non intende i motivi e che considera ingiusto.

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"Mia carissima

Sono in manicomio!

Non ti so dire il dolore che provo per i bellissimi ricordi e perché in coscienza non meritavo di venirci. Mah! Sarà per la cura del corpo perché la mia mente è equilibrata. Desidero ardentemente di vederti: fa il piacere mia carissima portami presto un lavoretto facile e bello tanto.

Ti bacio col più grande affetto

tua Giuditta.

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Carissimi

Spero di rimanerci al più otto giorni anche meno qui perché voi e i visitatori non credo si accorgeranno della mia partenza e Dunque bisogna siate pronti a prendermi presto ricordate in che stato ero ridotta ritornando dalla casa di salute? Non sono fatta per il mio “temperamento” soffro troppo anche per le tristi rimembranze: forse può toccare anche a me la stessa sorte.

Siate un po’ ipercritici sarò esagerata ma ho sempre ragione lo sento in coscienza per la memoria dei nostri Genitori: dunque compatirò la sporcizia sarò più serena con me stessa invece che con gli altri e a rivederci presto.

Giuditta."

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Un paio di mesi più tardi, sembra quasi rassegnata:

"Mia carissima,

davvero pensavo mi avessi dimenticata quando mi giunse la tua cara letterina.

Sono spiacente che M. sia stato obbligato a letto per delle forti febbri: ma ora, grazie a Dio, queste sono passate.

Imagino che continuerai a prodigargli le più sollecite cure.

Appena lo puoi ricordati mia cara che ti aspetto per la promessami tua visita.

Tante grazie della rivista, saluti e rallegramenti a M. per la recuperata salute. Ricevi i miei baci più affettuosi e a rivederci presto

tua Giuditta"

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Passano i mesi e il trattamento prosegue tra sedativi, bromuro di canfora (usato per spegnere i suoi "spunti erotici") e idroterapia. In una lettera al direttore del manicomio, Giuditta cerca di blandire, come una bambina che chiede scusa e promette di non farlo più, quel Professore che tiene le chiavi della sua reclusione, sperando che la gentilezza possa essere il suo lasciapassare per la libertà.

"Egregio Sig. Professore.

Sentitamente La ringrazio per le cure ricevute in questa Casa di salute; e mi propongo al mio prossimo ritorno in famiglia di conservarmi sempre perfettamente tranquilla e serena.

Con vera stima Giuditta"

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Ancora qualche mese e Giuditta torna a rivolgersi ai familiari, come una ragazzina che non si capacita di certi comportamenti degli adulti.

"Carissimi,

Ripeto che dovreste venire a prendermi.

A rivederci a tutti

Aff.ma Giuditta"

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Due mesi dopo ancora, Giuditta mostra di non essersi arresa. Usa la penna per supplicare e ricordare ai parenti che lei esiste ancora, che ha dei diritti, che la sua città la chiama causandole una nostalgia che le rovina la salute:

"Mia carissima,

Il mio desiderio di ritornare in vostra compagnia si fa sempre più grande.

Fidatevi di venire a prendermi: se non lo fate, prima della metà di questo mese desidero andare a X [il manicomio della sua città d’origine, ndr]. Ne ho il diritto perché questa non è la mia provincia.

Vogliatemi bene e dimostratemelo coi fatti: ascoltatemi perché la nostalgia di X [la sua città, ndr] bella potrebbe davvero farmi ammalare fisicamente.

Tanti baci e a rivederci

aff.ma Giuditta"

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Giuditta non riesce a trovare un posto nel mondo “normale”. Dopo più di un anno di ricovero, è dimessa nell’agosto del 1926, ma fuori non sta meglio. La società dell’epoca, rigida, giudicante, poco comprensiva, non accetta una donna adulta che si comporta in modo considerato “inappropriato”, con il suo bisogno di affetto, attenzione o di espressione della sessualità.
Per questo, dopo poco tempo, viene riportata in manicomio.

Quando rientra ha più di cinquant’anni e i medici la descrivono con distacco: “è sempre la stessa”.

Giuditta scompare dai registri nel novembre del 1928. Non si sa se sia tornata a casa o se sia finita nel manicomio della sua città, quello che lei stessa invocava come un diritto. Resta di lei l'immagine di una donna che ha abitato la sua malattia come se fosse un abito da bambina, troppo stretto per il suo corpo di cinquantenne, ma l'unico capace di proteggerla da una famiglia che non sapeva più come volerle bene.

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