Orietta è ricoverata per la prima volta al Sant’Artemio il 18 giugno 1928, quando ha appena 23 anni. Proviene da un piccolo paese del trevigiano e la sua storia, così come emerge dalle carte del Diario Clinico, si apre con due elementi significativi: una febbre tifoidea appena sofferta e un’esperienza sentimentale dolorosa, appena accennata nei documenti ma evidentemente incisiva.
Al momento dell’ingresso, i medici prendono nota delle sue condizioni psichiche: Orietta manifesta frequenti allucinazioni, con contenuti erotici e mistici, parla in modo continuo e disordinato, fatica a mantenere l’attenzione, appare euforica e confusa nei comportamenti. A tutto questo si aggiunge una grave agripnia (una forma di insonnia persistente) che contribuisce a logorare ulteriormente il suo equilibrio.
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Le cure prescritte riflettono le pratiche dell’epoca: idroterapia (bagni caldi e freddi alternati), sedativi e iniezioni di glicerofosfato di sodio (un ricostituente). Nonostante il trattamento, dopo circa un mese il quadro clinico è descritto nel Diario Clinico come sostanzialmente invariato; il medico annota soltanto un lieve miglioramento nel contegno.
Il ricovero si protrae fino alla fine dell’anno, il 31 dicembre 1928. Durante questi mesi, per tutta la durata della degenza, il padre segue la figlia con dedizione, scrivendole. È un elemento che affiora tra le righe, ma che restituisce il contesto umano in cui la malattia di Orietta si inserisce.
A un certo punto, l’interpretazione dei medici prende una direzione precisa, di taglio organicistico: in una comunicazione del direttore Luigi Zanon Dal Bo’ si afferma che l’origine dei disturbi psichici sarebbe da ricondurre unicamente a una forma di “tossi-infezione specifica”, cioè alla febbre tifoidea subita poco prima del ricovero. È sulla base di questa convinzione che, dopo pochi mesi, Orietta viene dimessa “a titolo di prova”.
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Da una lettera di una certa suor E. al Direttore si apprende che, tornata in famiglia, Orietta conduce una vita del tutto normale. Il suo temperamento appare calmo e sereno, anche nello svolgimento delle attività quotidiane e lavorative. Non si registrano più disturbi, né ricadute. Questo miglioramento stabile porta, nel 1937, all’avvio della procedura per il licenziamento definitivo (atto che porta alla definitiva dichiarazione di guarigione, con tutte le conseguenze giuridiche del caso), che viene ufficialmente decretato il 20 settembre.
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In cartella clinica è conservata una lettera scritta da Orietta il 24 novembre dello stesso anno. La giovane, ormai guarita, esprime una profonda gratitudine nei confronti del Direttore, riconoscendogli un ruolo quasi paterno nelle cure ricevute. Ma soprattutto lascia emergere con chiarezza il desiderio che ha accompagnato il suo percorso: entrare in convento. Scrive di come questo fosse il suo “unico sogno” e di come, grazie alla guarigione, possa finalmente realizzarlo. Nelle sue parole si intrecciano fede, riconoscenza e sollievo: il timore di una risposta negativa, l’attesa, la convinzione di essere stata non solo guarita dalla malattia, ma anche salvata da un destino peggiore. La guarigione viene attribuita a Dio e ai medici, e diventa la condizione che rende possibile una nuova vita.
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"Caro Egregio Signor Direttore,
non ho parole abbastanti per ringraziarla sulle informazioni date in riguardo alla mia malattia durante l’anno 1928. Ora grazie a Dio ed a Lei, che operò da vero padre, mi è concesso di entrare in un convento, che fu il mio unico sogno.
Sempre con il timore d’una risposta poco favorevole ho sospirato fino ad ora.
Che il Signore La voglia sempre benedire e La conservi ancora tanti anni, a far tanto del bene come ne ha sempre fatto. Fui guarita dal tifo grazie a Dio ed ai bravi medici che ivi ci sono, perché fossi rimasta quì, non avendo conosciuto il male sarei morta.
Ora sto benissimo; con due mesi di convalescenza non ho mai più sentito nessun disturbo ne dolore.
Accetti dunque il mio vivo grazie di cuore e mi creda per sempre.
Sua devotissima
Orietta"
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Già in precedenza suor E. (che a questo punto si rivela come la superiora del convento nel quale Orietta desidera entrare) aveva chiesto informazioni sulla diagnosi formulata nel 1928, proprio per valutare l’ammissione di Orietta nell’istituto religioso.
Così, la vicenda clinica si chiude intrecciandosi con una scelta esistenziale: da paziente del manicomio a futura religiosa.