Lidia nasce nel 1906. Dopo aver concluso gli studi con la licenza elementare, va a lavorare nella ditta di famiglia, un panificio in una cittadina del trevigiano. Non è una vita facile, la sua: in famiglia, specialmente dal lato paterno, c’è l’abitudine al bere; addirittura la nonna, uno zio ed una zia – appunta il medico che compila il Diario Clinico al primo ingresso di Lidia al Sant’Artemio – sono stati internati per psicopatia e alcolismo; il padre stesso è incline all’alcol; lei, infine, si deve sobbarcare in gran parte sia l’impegno del lavoro nel forno di famiglia, sia la cura dei fratelli minori.
All’età di 22 anni, lei, che di temperamento è una persona buona e attiva, inizia però ad avere allucinazioni a contenuto terrifico (scene di sangue, di guerra, di persecuzione), inizia a temere di essere avvelenata e per questo ha crisi d’ansia e sente che il mondo le sta crollando addosso. Evidentemente non ce la fa più a reggere il peso di tutte le responsabilità che ha sulle spalle. Ecco allora il primo ricovero al Sant’Artemio, il 27 marzo 1929. Il padre la va a trovare, ma lei si è talmente chiusa in sé da mostrarsi indifferente e anaffettiva nei suoi confronti. La situazione sembra molto grave, ma Lidia trova la forza di reagire e dopo qualche mese è notevolmente migliorata, tanto da poter essere dimessa il 5 giugno dello stesso anno.
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Passano degli anni. Lidia si è davvero rimessa in salute. Si sposa e continua a condurre la ditta di famiglia. Le cose, però, si fanno via via sempre più difficili da gestire e lo stato di salute mentale di Lidia poco a poco torna ad aggravarsi. In seguito a due tentativi di suicidio, il 28 agosto 1943, ritorna al Sant’Artemio.
All’inizio di questo suo secondo ricovero Lidia appare esteriormente tranquilla, tuttavia continua a sviluppare idee deliranti e allucinazioni, in particolare uditive (ad esempio, delle voci le hanno detto che la sorella è incinta illegittimamente), a contenuto depressivo e persecutorio, di accusa e di minaccia.
A partire dalla tarda primavera dell’anno successivo, pur essendo sempre evidente la “personalità psicopatica”, la condizione clinica di Lidia migliora e si applica al lavoro in “guardaroba” (luogo dove spesso i pazienti più collaborativi venivano impiegati nella riparazione, nel lavaggio o nella stiratura degli abiti, per la cosiddetta "terapia del lavoro", non di rado finalizzata al mantenimento della struttura manicomiale stessa). Risale proprio a questo periodo una lettera, scritta dal direttore e indirizzata al marito di Lidia, che offre una testimonianza diretta di un certo clima culturale dell'epoca riguardo alla malattia mentale.
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"16/05/1944
Vostra Moglie Lidia è molto migliorata e, da qualche tempo, lavora in guardaroba. È in buona salute fisica. Essa m’incarica di scriverVi e di pregarVi a darle le Vostre notizie. Per ora, è prematuro parlare di una dimissione; ma, se un giorno o l’altro dovesse uscire di qui ristabilita, Essa – ed anche noi – desideriamo sapere i Vostri sentimenti a Suo riguardo. Scrivete – per ciò – a noi o, direttamente, a Lei: qualche cosa, al riguardo. Tornata in soddisfacenti condizioni mentali, Essa – ora – si lamenta – e con fondamento – del Vostro silenzio, espressioni di un disinteresse che Essa ritiene ingiustificato. Dopo tutto, una malattia è una disgrazia e non una colpa. Fatevi vivo e farete un’opera buona. Saluti.
IL DIRETTORE"
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Il marito di Lidia, dunque, non scrive e si disinteressa completamente della moglie ricoverata. È un comportamento che riflette un certo tipo di percezione della malattia mentale diffusa (anche se non generalizzata) a quei tempi. La malattia di mente era infatti vista come qualcosa di oscuro e imprevedibile, pauroso e di cui vergognarsi. Il ricovero in manicomio, quindi, non era vissuto tanto come una misura sanitaria, ma come una separazione definitiva dalla vita sociale. In questo contesto, l'abbandono da parte del marito non sorprende: mantenere i rapporti con una moglie “rinchiusa” in manicomio significava esporsi allo sguardo e al giudizio altrui, ammettere pubblicamente una situazione che si preferiva ignorare. La famiglia spesso si allontanava non per mancanza di affetto, ma per “proteggere la propria rispettabilità” e per difendersi dalla stigmatizzazione pubblica. È proprio contro questa mentalità che si scaglia il direttore quando scrive che “una malattia è una disgrazia e non una colpa”: una distinzione tutt'altro che scontata, che rivela quanto tale stigma fosse profondamente radicato nella mentalità comune, al punto da dover essere esplicitamente rivendicata da chi lavorava quotidianamente a contatto con i malati.
Il 19 agosto 1944 Lidia viene trasferita alla Succursale Casa di Salute di Vittorio Veneto. Dopo qualche mese, il 24 dicembre, scrive al direttore per chiedergli di concederle il “foglio di uscita” per tornare a casa.
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"Spet “Diret”
Esendo guarita completamente, non soltanto, ma anche riforzata bene; Spero che avrà compiecenza di mandarmi a marzo il Beverito dottore di questa succursale, il foglio di uscita.
L’assicuro che cercherò il modo possibile di non amalarmi mai più.
Intanto lo ringrazio anticipatamente del suo intervento. L’anno scorso ero ancora troppo debole alla mia uscita, credendo di poter superare ma invano ricadi, non era però tutto colpa mia
Col tempo cercherò di acomodare, esendo in dovere verso voi tutti;
Non potrò mai dimenticarmi tanto delle premure, come delle vostre cure
Intanto gradisca i miei osequi uniti ai migliori auguri
Del novelissimo anno
aff.ma Lidia"
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Da Vittorio Veneto viene dimessa, in via di prova, il 13 aprile 1946 su richiesta effettuata dalla madre tramite una lettera indirizzata al direttore una decina di giorni prima.
"Gent. Signor Direttore
Sono stato parecchie volte ha trovare mia figlia ed il suo stato mi sembra abbastanza buono. O chiesto alle suore di codesto Ospedale per poter portarla ha casa, e loro mi dissero di non poter consegnarmela senza la vostra preschrtta autorizzazione cioè il null’osta.
Dunque vorrei presarvi di questo favore con la speranza che ha casa si debba rimetere del tutto.
Gradite i miei distinti saluti e vi ringrazio tanto di cuore
C."
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La dimissione in prova non va però a buon fine: il 26 luglio 1946 Lidia si presenta nuovamente al Sant’Artemio in evidente stato di eccitazione e con le manifestazioni psichiche tipiche della schizofrenia, causa anche delle precedenti degenze. È durante il periodo di questo terzo ricovero che Lidia scrive molte lettere, indirizzate ai familiari, dalle quali emergono, oltre a richieste di vario tipo e alla speranza di essere dimessa, importanti informazioni utili per capire la storia, le dinamiche e la situazione sociale della sua famiglia:
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"Cari fratelli
O parlato col mio medico, anzì mi a detto anche in settimana posso essere dispensata, le mie condizioni di salute sono ottime, però io la mia infanzia e giovinezza, sono sempre stata chiusa nelle scuole, e poi in panificio, quindi o bisogno di campagna se è possibile, io ciò detto che non sarei ritornata se stavo alle parole del Medico di Vittorio dopo otto giorni dovevo essere trasportata in campagna, come melo sentivo, Iocon la mamma non sono mai andata da cordo ma lo sempre amata e rispetata più di voi.
Quindi il dottore mi a detto che se vado per non ritornare siamo da’ cordo, altrimenti cosa pensate voi?
Vi sembra che questo sia il mio posto?
Dopo tutto il mio lavorare non soltanto di cervello, ma con le mie mani so farli tantissimi lavori, se non vi o dato abbastanza prove, ve nè darò in seguito, perché vi dico che mi sento volonterosa di far bene anzi o pensato prepararmi una stanza in campagna sola col necesario, dato che o molto bisogno se e possibile stare tranquilla. Spero mi avete compreso, Mandatemi subito un pacco, ed vi atendo per portarmi a casa portami il necesario per vestirmi se vuoi dare prima una telefonata
Intanto Vi saluto e vi bacio,
Vi bacio e vi ringrazio ed atendo
Se invece vuoi portarmi a casa, subito meglio Atendo
sono contenta che mamma sta bene, e della vostra visita vi ringrazio."
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"Carissimi Genitori, e Fratelli
Col cuore angosciante, vi spedisco questa mia; Non sono ancora arrivata a comprendervi bene le vostre intenzioni; Proprio voi genitori che mi avedete dato la luce; Sò di essere figlia della colpà; Ma porto il tuo nome, carissimo padre, spero che nella mia giovinezza come fin dalla mia infanzia, essere stata una ragazza premirosa, obediente, ed aver sempre lavorato con vero amore famigliare, anche verso i miei fratellini o benchè la diferenza di età li o fatto da vera mamma. Mandati a scuola curati e con ambizione, non rattopati, che potevano essere degni di qualche buon amico, ad amica. Pensate dove mi trovo dopo tutto il mio lavoro. Se da ragazza avevo qualche buona ocasione, o per il tuo caratere, o per l’afezione della famiglia o sempre rifiutato. Ma tutto il peso si trovava alle mie spalle, comprendo che tu eri fin da giovane capricioso, ma nello stesso tempo o dovuto afrontare non soltanto col mantenimento che apena dicioto anni avevo sette persone alle spalle con esercizio ed il tuo caratere che ti lasi trasportare da un bichiere di vino. Tu non puoi imaginarti quanto io ho soferto in tutta la mia vita presi il timone in mano ma sempre a poco a poco inalzarsi. Ora mio marito, ciò un contadino, che pretende dopo averlo servito giorno e notte, vada a lavorare per guadagnarmi un pezzo di pane. Mi a inganato come il tuo amico B. [nome maschile, un amico del padre, ndr], che oltre di saperti imbeverare una volta per due lire al giorno in panificio, mi a fabricato un secondo, per farmelo chiedere, e poi dopo di avergli rifiutato del pane inoltre a sotomesse persone che le o gonfiato, sfamando, anche le figlie di suo fratello!
Spero mi comprendi che avanzo miliaia e miliaia di lire,
Lidia"
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"29/10/1946
Ti atendo [Lidia scrive probabilmente a un fratello o una sorella, ndr] al più presto portami calze e paltò, se la sta ancora poco bene viene tè, sono stata a letto altri quatro giorni, per unal’tro furoncolo, ma ora sono quarita, spero che voi state bene così anche mamma, sarà in seguito la lettera che le o spedito, anche sono sicura l’o continuamente studiata nella mia vita, ma comprendo che e sempre uguale, essa sa di avere verso di me molto esigito anche più delle mie forze, per niente non mi ero amalata giovanissima, in seguito una ripetuta influenza. Sappi che io vi ho molto amato e sacrificato la mia gioventù, anche F. [nome maschile, probabilmente un fratello o un familiare vicino, ndr] a avuto il coraggio di dirmi chi o sposato! Sappi che per me è dolore. Da giovane avevo floridi partiti con posizione, e se vuole ricordarsi, abenche ancora bambino più di una volta il papà non soltanto m’inpediva tener corispondenza abenchè cercavo nascondere, ma anche anche scena che giamai, stanca compresi che erano gelosi di mè, quindi spero che mi comprendi, mi dispiace che per Tè non ho lavorato questo periodo che sono stata a casa, ma apena vengo che spero mi comprendi penso a tè, che veda ai i vestiti difetosi comprendo che ce dal taglio, mentre io conosco i segreti anche la pelicia da rifrescare ora che fà fredo vedrai che te la preparo bene, intanto posso stare quache giorno a X [cittadina del trevigiano. ndr] poi mi stabilirò a X [paese in provincia di Treviso, ndr] lavorerò nello stesso tempo ed anche farò da mangiare cosi da non secare la mamma. Spero che apena ricevuto questo mio vieni ti atendo. Tanti Saluti e baci anche la mamma mandala salutare saluti al papà in caso se vuole potrebbe anche lui venire, mi fà lo stesso, Vi atendo, che sono stanca Ciao"
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Queste lettere scritte durante l'ultimo ricovero costituiscono una fonte di particolare interesse: attraverso di esse è possibile ricostruire non solo lo stato d'animo di Lidia, ma anche le dinamiche interne alla sua famiglia, la sua storia lavorativa e le condizioni materiali in cui è vissuta. Scrivendo ai fratelli, al padre, alla madre, Lidia restituisce una rete di relazioni complessa e spesso conflittuale: racconta di aver lavorato fin da giovane nel panificio di famiglia, di essersi occupata da sola dei fratelli più piccoli, di aver subito un matrimonio che descrive come un inganno. Accanto a questi elementi biografici, le lettere documentano anche le sue aspettative concrete per il futuro: trovare un posto tranquillo in campagna, riprendere a lavorare, ricostruire una quotidianità senza pesare sulla famiglia. Ciò che emerge è il ritratto di una persona con una storia particolare e precisa, fatta di responsabilità, sacrifici e conflitti, che la documentazione clinica da sola non sarebbe in grado di restituire.
Questo terzo ricovero dura molto a lungo: fino a metà degli anni Cinquanta rimane al Sant’Artemio. In questo periodo, è trasferita nel reparto ortopedico di un ospedale in provincia di Treviso per una frattura scomposta al femore destro e una al collo dell’omero sinistro.
Non rientrerà più nel manicomio di Treviso.